Migranti: l’80% degli italiani appoggia la linea del governo

L’80% degli italiani, quindi la stragrande maggioranza della popolazione, si schiera con il ministro dell’Interno Matteo Salvini e con il governo Lega-M5S sulla questione delicatissima dell’immigrazione dopo il caso della nave Aquarius. E’ quanto emerge da una metanalisi realizzata in esclusiva per Affaritaliani.it dal sondaggista Alessandro Amadori. Metanalisi basata sui sondaggi dell’istituto Eumetra e dell’Istituto di Affari Internazionali.
“I dati sono molto chiari. Il 30% degli italiani ha una posizione molto dura e vorrebbe che tutti gli immigrati venissero respinti”, spiega il sondaggista. “Il 50%, invece, vorrebbe che fossero accettati soltanto in parte e soprattutto dopo una valutazione decisamente più mirata e attenta di quella attuale. Soltanto il 20% degli italiani dichiara di voler accogliere tutti i migranti”.
In base a questi dati, secondo la metanalisi di Amadori, “una larga maggioranza dei cittadini, circa l’80% appoggia le posizioni dell’esecutivo e in particolare del ministro dell’Interno. Ovviamente – ci tiene a sottolineare il sondaggista – si tratta di una materia esplosiva e quindi è un sostegno prudente che deve tenere conto di situazioni particolari quali donne incinta e bambini”.
(di Alberto Maggi – Affaritaliani.it)
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Sulle Elezioni politiche 2018

L’esito positivo della consultazione elettorale, conferma che è finita l’era delle “discese in campo” inconcludenti, che può e deve nascere un nuovo centrodestra di governo, che sventolare lo spettro di un fascismo (inesistente) ha invece polverizzato gli ultimi residui di comunismo, che all’affermazione del M5S deve seguire obbligatoriamente il dialogo e non la presunzione, che c’è bisogno di un’Italia protagonista in Europa senza più sudditanze, che il “potere al popolo” c’è già e basta saperlo esercitare. Certamente sarà difficile comporre un Governo, ma gli Italiani hanno dato delle indicazioni ben precise, dalle quali non si può prescindere. Essere responsabili non significa snaturare le proprie idee, ma lavorare per un Italia forte, in un’Europa che rispetti popoli e Nazioni. In attesa che tutto evolva, l’unico dato di fatto su cui ragionare è la volontà degli Italiani di cambiare radicalmente una situazione, subìta da troppo tempo. Ci saranno colpi di coda dei potentati europei, che mal digeriranno questo scatto d’orgoglio italiano, ma poi qualcuno di loro verrà con il cappello in mano a trattare e concordare, perché un’Europa senza Italia non ha ragione di esistere.

Il Circolo – cultura & politica – Offida

OSSESSIONE FASCISTA (E/O ANTIFASCISTA). LA CACCIA ALLE STREGHE

Dal blog di Franco Cardini

http://www.francocardini.it/minima-cardiniana-200/#more-849

A Macerata, giorni fa, alcuni miserabili sciagurati hanno ammazzato una ragazza. Può darsi fossero africani. Qualche giorno dopo, un altro miserabile sciagurato ha sparato su alcuni innocenti per vendicare quella povera ragazza. Sono ormai storie alle quali siamo abituati: storie di follìa, di disperazione, di vuoto interiore, di violenza come surrogato alla mancanza di idee e di prospettive.

Ma ormai la gente è come il pappagallo brasiliano della vecchia canzone: strilla forte e pensa piano. O non pensa per nulla. E, specie in tempi di elezioni (è quasi sempre tempo di elezioni, in Italia), tutto scivola in politica, tutto offre l’alibi a un isterismo vociante, manifestante, minacciante, tutto men che pensante. Una gran banda d’ingenui o di militanti (gli ingenui credono a tutto, i militanti quando sono seri credono in una cosa sola e per quella sono disposti a mentire e peggio), guidata da qualche furbastro e da qualche mascalzone, scende in piazza gridando contro i migranti: così, tutta l’erba in un solo fascio, tanto sono dei negri e allora abbasso qui abbasso là. Non basta che i migranti ci portino via il lavoro, sporchino dappertutto e vogliano convertirci tutti all’Islam (anche quando non sono musulmani nemmeno loro): in più, insidiano, violentano e uccidono le nostre donne. Che noia. Le solite sciocchezze che dicono quelli del KKK, ma almeno loro le dicono in Alabama. E’ fascismo, questo? E’ nazismo? In effetti, tra quelli che vociano contro gli africani c’è qualcuno che ha delle bandiere rosse o nere che si rifanno alla simbolica nazifascista; e qualcun altro che saluta col braccio alzato. Anch’io ho militato in un movimento neofascista, il MSI, tra il ’53 e il ’65. C’era qualche giovane picchiatore, è vero (ma in genere, siccome almeno nella mia Firenze eravamo pochini, in genere si era piuttosto dei picchiati); c’era qualche spostato, ce ne sono dappertutto; c’era anche qualche vecchio nostalgico, in genere erano brave persone. Facevo parte di un piccolo drappello di studenti liceali, poi universitari: siccome non appartenevamo al partito delle persone colte e intelligenti né a quello degli intellettuali, bisognava studiare duro se volevamo guadagnarci il diritto ad esser presi sul serio e magari rispettati (il più bell’elogio era “sei un fascista intelligente”, detto come fosse stato un ossimoro; la massima espressione di simpatìa, un intenso, accorato “ma perché sei fascista?”). Lo strano, se ci ripenso, è che a quel tempo parlavamo di tutto, ma non si parlava quasi mai di shoah e pochissimo se ne sapeva. Quanto a noialtri ragazzini fuoridalcoro, eravamo d’accordo che la violenza non ci piaceva e il razzismo meno che mai (l’antisemitismo, poi, era una vera fesseria). Ma leggevamo, e tanto, anche se cose disordinate: Sorel, Schmitt, De Unamuno, anche i “maledetti toscani” Papini e Giuliotti; magari Evola, che ci portava lontano col suo paganesimo e il suo orientalismo. Poi cominciammo a leggere Drieu La Rochelle, Jünger, Benn, Pound. Del fascismo ci erano sempre piaciute la solidarietà nazionale, lo stato sociale, l’incontro fra la nazione e la socialità, insomma le cose ch’esso aveva desunto dal sindacalismo rivoluzionario e anche dalla dottrina sociale della Chiesa, dal magistero di Toniolo: certo, quello era forse il fascismo teorico. Quello reale era stato altra cosa. Ma non si è potuto dire la stessa cosa del comunismo sovietico?

Poi, le cose cominciarono a complicarsi. Lontano, in un’isola dei Caraibi, c’era gente che diceva di essere comunista e magari era vero, ma a noi sembrava che quella roba lì fosse alquanto vicina al fascismo che avevamo sognato; e poi finalmente cominciavano a dire (almeno a dire) che non era poi così importante stare dalla parte dei capitalisti americani o dei collettivisti-burocrati sovietici, che poteva anche esserci una terza via. Ci convertimmo all’Europa unita e al “socialismo europeo”, quella di Jean Thiriart.

La Provvidenza volle che il nostro gruppo, pur restando umanamente fatto di amici fraterni, la piantasse con la politica – una politica povera e pulita, fatta col ciclostile in povere sedi che ci pagavamo autotassandoci – proprio nel ’69, un anno dopo il Joli Mai che a qualcuno di noi era piaciuto molto e ad altri un po’ meno (mai del tutto, sì, mai del tutto no). Questo, forse, ci salvò dagli “Anni di Piombo”. Più tardi, avremmo apprezzato l’incontro con un’altra sparuta pattuglia di ragazzi nostri “fratelli” minori, che avevano fatto un iter simile al nostro per quanto fossero molto più bravi e più colti di noi. Erano quelli guidati dall’allor giovanissimo Marco Tarchi: la “Nuova Destra” che presto avrebbe cessato di dirsi “Destra” – anche perché, nel senso ordinario del termine, se mai lo era stata non lo era più – e sarebbe partita all’avventurosa cerca di “Nuove Sintesi”.

Fu attraverso Marco Tarchi che entrai in contatto, e poi in amicizia, con Alain de Benoist: apprezzandone l’intelligenza cartesiana, la profondità intellettuale, l’equilibrio politico, il coraggio civile. Uno studioso che avrebbe avuto dinanzi a sé una gran bella carriera, se soltanto avesse rinunziato a un po’ della sua libertà, il che vuol dire della sua onestà intellettuale.

Ma ormai, in Italia e non solo, sembriamo tornati agli “Anni di Piombo”.

Da una parte dei sedicenti “fascisti” che si comportano come dei sanbabilini solo un po’ più sfigati, tutti grida e slogan e niente analisi, niente ragionevolezza, niente informazione: soprattutto niente umanità. I migranti non sono della povera gente vittima d’un mondo consumista e materialista nel quale pochissimi ricchissimi dominano una massa sempre più ampia di tantissimi strapoveri. Ma quei “fascisti” chiedono solo “ordine e sicurezza”, proprio come i buoni borghesi descritti nel Cuore di De Amicis; e, i disgraziati senza nulla e senza prospettive, rimandarli a casa loro anche se la casa non ce l’hanno.

Dall’altra ci sono i soliti di quarant’anni fa, quelli dei “fascisti carogne tornate nelle fogne”, del “miglior fascista è un fascista morto”, del “sangue fascista fa bena alla vista”. Anche lì, non un briciolo di dialogo, non un tentativo di comprensione reciproca. Siamo al muro contro muro di due estremismi il cui contenuto comune è l’afasia intellettuale e l’ottusità umana. Siamo al peggio che può succedere: la lotta dei poveri contro i poveri, l’odio di gente priva di qualunque potere per altra gente nelle identiche condizioni.

Ma via da quella pazza folla, nera o rossa che sia, il panorama non cambia. La “società civile” di oggi è – con qualche eccezione, grazie a Dio – una palude di conformismo, d’ignoranza, di miseria intellettuale e morale, di egoismo individualista e consumista. Una volta Romano Prodi ha detto: “Attenzione: la classe politica italiana non è peggiore della sua società civile”. E’ tutto dire: ed era probabilmente anche molto vero quando lo ha detto, anni fa. Ma oggi è anche peggio.

D’altra parte, c’è chi questo mondo lo apprezza. I Padroni del Caos, i signori che hanno celebrato pochi giorni fa i loro fasti a Davos, in Svizzera; e gli schiavi strapagati che accettano di far loro da “comitato d’affari”, o meglio – diciamolo più trendy – da Chief Executive Officiers, CEO. Il sogno di un sacco di giovani in carriera, di quelli che si vedono in TV disseminati un po’ in quasi tutti i partiti.

In questo contesto, a volte l’ottusità silenziosa, educata, bigotta, pronta a “scandalizzarsi”, è la peggiore. Giorni fa la Fondazione Feltrinelli aveva invitato De Benoist a un dibattito. Che non c’è stato. Perché un gruppazzo di “studiose e studiosi” (sic) ha protestato presentando De Benoist in termini generici, fumosi, ma coscientemente terroristici: e dimostrando, nel parlare di lui, di non aver nemmeno la minima idea di chi egli sia e di che cosa scriva. Queste studiose, questi studiosi, hanno l’aria non solo di avere studiato pochino ma anche di pontificare di fascismo e di antifascismo senza conoscerne granché tra comodi salotti e comode aule, con la coscienza per definizione “a posto” (in quanto “antifascista”) e senza nemmeno immaginarsi quanto sia dura la vita di molti al giorno d’oggi e quanti problemi, talvolta addirittura quanti drammi, possano nascondersi dietro a una scelta sbagliata. Ma a questi privilegiati, magari fortunati (e raccomandati?), titolari di borse di studio, della guerra dei poveri contro i poveri non frega nulla. Anzi, loro ci si trovano benissimo.

Su “Il Mattino” uno studioso conservatore serio ed equilibrato, il professor Alessandro Campi, ha raccontato e commentato così l’episodio. Leggete l’articolo: è molto istruttivo. Soprattutto, tenendo conto del fatto che la Fondazione Feltrinelli si è lasciata intimidire (mi piacerebbe proprio sapere che cosa ne pensi il mio amico Salvatore Veca, che è un galantuomo) . Quando si parla di “tolleranza” e di “coraggio intellettuale”…

Il papa dilaga, la fede si ritira

Anziché curarsi dell’effetto mediatico delle sue apparizioni, dei rohingia islamici perseguitati (quelli cristiani interessano meno) o di scaricare ogni anatema sui complotti e le malefatte della curia, il Papa dovrebbe preoccuparsi di una cosa tremenda per tutti, ma letale per un Pontefice: gli italiani che si dichiarano cattolici sono oggi il 60,1%, erano il 79,2% nel 2000.

Un quarto in meno in pochi anni, una velocità di scristianizzazione che non ha precedenti.

Quelli che dicono di non credere in nessuna religione sono saliti in poco tempo a uno su tre. Gli «assidui ai riti» risultano il 25,6%, dimezzati rispetto al 2000.

Un quarto degli italiani, quasi come i tifosi di calcio o gli affezionati a un tg. Sono dati riportati nell’Anteprima di Giorgio dell’Arti [Marini, Sta] e certificano il fallimento del nuovo corso papale, o perlomeno la sua assoluta incapacità di invertire la tendenza.

Chiediamo troppo a Bergoglio di porsi quantomeno la domanda e di darsi una risposta onesta, senza cercare alibi e complotti su cui scaricare le responsabilità? Tanto più che quei dati, come è noto, riguardano l’intera cristianità in occidente e non solo l’Italia; magari meno vistosi nelle periferie del mondo rispetto ai luoghi centrali della civiltà cristiana.

Ma la tendenza è quella, e se la uniamo al calo demografico delle popolazioni cristiane, il quadro è sconsolante e viaggia tra il declino e l’estinzione. Alla decadenza della cristianità dedicai molte pagine nel libro Tramonti, uscito un paio di mesi fa. Ma impressiona notare che una riflessione combaci con una statistica, una linea di pensiero si confermi in un fenomeno certificato dai dati.

Certo, nell’allontanamento dalla fede contano gli episodi oscuri che hanno coinvolto parroci, vescovi e cardinali in torbide vicende di sesso e affari.

E ancor più conta la veloce scristianizzazione del nostro tempo che sostituisce Dio con l’io, o con altri idoli di passaggio, la devozione con l’hi-tech, la religione coi consumi, la mistica con l’ecstasy, i valori morali con il politically correct. Un processo lungo e profondo che non è certo iniziato col pontificato di Bergoglio e nemmeno con quello dei suoi predecessori.

Ma quest’impennata, quest’accelerazione negli ultimi anni, questo svuotamento progressivo e inarrestabile di chiese, vocazioni, fedi non solo non è arginato dalla presenza di un papa così benvoluto dai media e dalle fabbriche del consenso, ma è aggravato dal suo sostituire una tradizione millenaria, coi suoi riti, le sue liturgie, la sua visione dell’umanità, con la sua personale revisione che compiace lo spirito del nostro tempo.

Andare al passo del proprio tempo non è una virtù se il proprio tempo marcia spensierato e disperato verso la negazione di ogni senso del sacro, di Dio e del limite umano ed è votato a un ateismo pratico e radicale senza precedenti.

Dio abbandona la cristianità ma il Papa tiene banco nei media.

Marcello Veneziani – Il Tempo 23 dicembre 2017

Il pericolo farsista

Siamo alla paranoia ideologica virale. Una bandiera del Secondo Reich, che era una monarchia costituzionale ottocentesca, tenuta in caserma da un ragazzo carabiniere di vent’anni, diventa il pretesto del giorno per gridare al Nazismo risorgente, che non c’entra un tubo con la bandiera e con la storia del secondo Reich.

L’uso fake della storia sconfina nel delirio persecutorio.

Ma non basta. In pieno autunno del 2017, un benemerito compagno ha scoperto una cosa tremenda: il 20 maggio del 1924, la città di Crema conferì su proposta della giunta locale la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.

L’orrenda scoperta ha subito compattato il valoroso popolo de sinistra – enti, associazioni, partiti e sindaca, oltre l’ineffabile Anpi – che ha intimato di provvedere subito a ritirare l’atto osceno in luogo pubblico.

Togliendo la cittadinanza onoraria di Crema a Mussolini avremo finalmente un Duce scremato. Tempestivo, non c’è che dire, se ne sentiva l’urgenza, 93 anni dopo.

Ma come dice un proverbio politicamente corretto, Chi va piano va Fiano e va lontano. E’ tutta una gara in Italia per scoprire e revocare la cittadinanza onoraria al Duce in un sacco di comuni.

Pensavo a questo eroico atto di ribellione al fascismo da parte della città cremosa mentre leggevo per il terzo giorno consecutivo commenti, anatemi e mobilitazioni contro il pericolo fascista dopo la sconcertante “azione squadrista” compiuta a pochi chilometri da Crema, a Como.

La Repubblica, per esempio, ha schierato il suo episcopato per condannare il fascismo risorgente e chiamare a raccolta l’antifascismo eterno. Sui tg c’è stato un tripudio di demenza militante a reti unificate. Non avevo intenzione di scriverne, mi pareva immeritevole d’attenzione, ma la paranoia mediatico-politica non accenna a scemare.

1) Ora, per cominciare, quell’irruzione in un’assemblea pro-migranti non è di stampo squadrista semmai di stampo sessantottino. Gli squadristi, come i loro dirimpettai rossi, non irrompevano per leggere comunicati e andarsene senza sfiorare nessuno.

L’abitudine di interrompere lezioni, assemblee, lavori è invece tipicamente sessantottina e poi entrò negli usi degli anarco-situazionisti, della sinistra rivoluzionaria, dei centri sociali, ecc. Gli “skin” in questione ne sono la copia tardiva, l’imitazione grottesca.

2) Secondo, i comunicati. Trovate pure demente e mal recitato, quel comunicato che gli impavidi neofascisti hanno letto interrompendo la riunione filo-migranti. A me fa sorridere, se penso ai comunicati degli anni di piombo.

Vi ricordate? Davano notizie o annunci di assassini, accompagnavano attentati ed erano a firma Br, Primalinea e gruppi affini. Quando penso a quei comunicati, deliranti ma corrispondenti ad azioni deliranti e sanguinose, trovo farsesco il remake a viso aperto di quattro fasci e l’allarme mediatico che ne è seguito.

3) Terzo, la violenza di irrompere e interrompere. Succede ancora, nelle università, in luoghi pubblici, verso chi non piace ai movimenti di sinistra radicale, lgbt, centri sociali o affini. È capitato anche a me, girando l’Italia, di trovare aule universitarie e luoghi pubblici in cui non riesci a parlare o parli sotto scorta, tra interruzioni, proclami e incursioni.

Di questo teppismo i giornali e i tg non ne parlano mai. E nessuna di queste anime belle che gridano indignate al pericolo fascista, ha mai espresso una parola di solidarietà e di condanna.

Lo dico anche al pinocchietto fiorentino che esorta la comunità nazionale a indignarsi tutta e non solo la sua parte politica, per l’episodio di Como, anzi per la strage virtuale: lui non ha mai speso una parola per stigmatizzare episodi di segno opposto, assai più numerosi e più violenti e pretende che l’Italia insorga compatta per una robetta del genere?

Diamine, ci sono ogni giorno storie di violenza e di morti, aggressioni in casa, e la comunità nazionale intera deve mobilitarsi unita di fronte a un episodio verbale così irrilevante?

In realtà, voi informazione pubblica, voi governativi, voi giornaloni e associati, siete i primi spacciatori di bufale o fake news. Perché prendete una minchiata qualsiasi e la fate diventare La Notizia della Settimana, ci imbastite teoremi, prediche, rieducazioni ideologiche, campagne e mobilitazioni antifasciste.

Se il pericolo che corrono le nostre istituzioni ha tratti così farseschi, allora il primo pericolo è la ridicolizzazione della storia e della democrazia da voi operata quando sostenete che sono messe a repentaglio da episodi così fatui e marginali.

Non sapete distinguere tra una bomba e una pernacchia. E finirete spernacchiati.

MARCELLO VENEZIANI

Il Tempo – 3 dicembre 20

QUELLA DESTRA MODERNA E RIBELLE SENZA RIFERIMENTI, PRIVA DI CONDOTTIERI E SENZA PIU’ LUCE

E’ passato qualche anno da quel 2013 nel quale, improvvisamente, da cittadino, da idealista e da Napoletano, liberale e “ribelle”, mi sono ritrovato senza un punto di riferimento politico. Ricordo ancora la sensazione di vuoto “devastante” che provai quando, nel leggere i risultati di quella tornata elettorale, mi resi conto che Gianfranco Fini era definitivamente uscito dalla ribalta politica e che FLI era naufragata sotto i colpi di un elettorato sempre più disamorato ed incapace di sognare. Da cittadino avevo vissuto il sogno rivoluzionario di Alleanza Nazionale

L’idea di una destra che, pur non rinnegando la storia, si affacciava, per la prima volta nella lunga storia Repubblicana, al postulato del “meno Stato, più mercato e più libertà“.
Una destra moderna, ribelle e capace di cavalcare le nuove neccessità sottese all’evoluzione della società e dello stesso ordinamento giuridico in tema di diritti e libertà civili.

Una destra equilibrata, moderata e di governo. Una destra lontana dal populismo becero e di facciata. “Identitaria” ma non nazionalista. Una destra capace di lanciare un giavellotto verso il futuro, spingendo i più giovani a sognare un futuro di merito e di libertà. Di quella destra non è rimasto quasi nulla, oggi. Soltanto rivoli sparsi, un po qua, un po là. Un “deserto desertificato”. Un campo incolto. Un buio profondo.

Gianfraco Fini, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, una volta, riuscendo a parlarci per un’oretta circa, ha commesso sicuramente degli errori. Lui stesso lo ha ammesso: del resto tutta la vicenda della “casa di Montecarlo”, pure al netto della parola defintiva che, in una direzione o nell’altra, pronuncerà la Magistratura, è stata una brutta storia; una storia greve; il segno di un apparato politico incapace di gestire la responsabilità di essere un centro di imputazione rappresentativo per milioni di Italiani. Se l’iter giudiziario proverà colpe e responsabilità, è giusto che Fini paghi, e che accada in modo duro, perché “se a rubare è uno dei nostri deve avere l’ergastolo”, proprio come insegnato, anche a noi della nuove generazioni, Almirante.

Fino a quel giorno, però, il garantismo (che non è un mero postulao filosofico, ma valore pregnante della nostra Carta Fondamentale) impone il massimo rispetto…

Ridurre la fine di quella destra alla “storia della casa di Montecarlo” sarebbe oltremodo riduttivo, però diciamoci la verità: quella destra si è sciolta come neve al sole per l’incapacità della sua classe dirigente di essere all’altezza del compito. Gente che non studiava; che non aveva il ben che minimo titolo sostanziale (salvo le “mazzate” di cui era stata capace ai tempi della guerriglia di strada tra “rossi e neri”); gente che manco lo sapeva che cosa significasse impervicarsi per il periglioso sentiero del sapere e del dubbio… Irrigidirsi è facile. Ci vogliono giusto due secondi per farlo.

Arroccarsi sulle proprie convinzioni, continuare a postulare valori irrinunciabili senza nemmeno si stia parlando, sia dal punto di vista filosofico, sociologico, giuridico ed economico, però, è stato il peggior errore che quella “classe politica” potesse commettere, però Fini azzardava. Ci provava. Dal punto di vista “politico-filosofico” bisognerà dargliene sempre atto. Gli altri, invece, quelli che gli stavano accanto, manco lo capivano dove cercasse di condurre un’intera comunità politica.

Manco lo afferravano il senso rivoluzionario e ribelle di una visione ultranazionalista, europea e nella quale, la differenza tra le persone non era più tra banchi e neri, tra etero e gay, tra italiani e stranieri, ma tra amanti della libertà, della legalità e del merito, da una parte, e tutti gli altri, all’altra.

Ma questa è storia, oramai. Una storia lontana e sempre più sbiadita. Priva di condottieri. Priva di armate e senza più luce… Ricordo soltanto che in quel 2013 mi sentii spaesato. Che, in qualche modo, da cittadino appassionato, mi sentii chiamato in causa. Volevo impegnarmi. Volevo provare a portarle avanti, quelle idee. Ma con chi? Dove? In quale contesto empirico-organizzativo. In quattro anni i tentativi sono stati tanti e tutte le volte, al netto delle belle persone che, pure, ho conosciuto, il risultato è sempre stato desolante ed infruttuoso, e da tutti i punti di vista.

Perchè in un mondo fatto di gelosie, pressapochismo, qualunquismo di maniera, ed arroganza e presunzione, un idealista – peraltro alla continua ricerca della verità su ogni cosa – fa davvero fatica a provare stima sincera per qualcuno. Mi porto dietro la bellezza di qualche amicizia sinceramente nata, però. La bellezza di qualche amicizia di spessore capace di farmi riflettere, di farmi crescere e di farmi provare l’ebrezza concettuale dell’imperitura sfida verso la modernità. Il resto è soltanto “putrida melma”…

Tra queste amicizie annovero sicuramente Riccardo Fucile ed il suo meraviglioso blog che, proprio quest’anno, festeggia i suoi 10 anni di vita. Ricordo che proprio quel blog fu uno dei primi risultati che reperii su google quando, preso dalla “disperazione rappresentativa”, mi misi alla ricerca di notizie di quel che rimaneva della destra nella quale avevo creduto. E proprio non lo immaginavo, in quei giorni, che (poi) l’avrei conosciuto quel Riccardo Fucile, Che addirittura mi avrebbe intervistato due volte, dedicandomi, peraltro, un’attenzione sensibile e profonda. Che ne nascesse un’amicizia sincera e disinteressata, fatta anche di “litigate di concetto” quando è stato necessario, ma sempre – e comunque – nel pieno e puntuale rispetto per le altrui idee.

Non so quante persone sarebbero state capaci di essere così costanti ed evolute com’è stato Riccardo in tutti questi anni. Non lo so proprio quante persone avrebbero avuto la capacità di conservarsi fedeli a sè stessi senza rinnegare le ragioni della modernità.

Non so quante persone sarebbero state capaci di “battersi” per l’affermazione sempre più pregnante di quel senso di dignità e di libertà che travalica gli steccati ideologici di chi, non avendo manco capito di cosa si stia parlado, sostiene, perennemente, di esserne all’altezza di un non meglio precisato compito, salvo sciogliersi nella peggiore delle “masturbazioni mentali”, peratro, “solitarie”..

Io e Riccardo avremo sempre idee molto diverse su certe questioni. Lui continuerà a credere nei “fallimenti del mercato” e nella necessità della persistenze esigenze della presenza di beni pubblici. Continuerà a ragionare su “esternalità” e “selezione avversa” (e farà anche bene tutte le volte in ci sarà necessario segnalare tutte quelle porcate che, nel nome dell’antifascismo, sistematicamente consumano ladri, corrotti ed incapaci).

Io, invece, continuerò sempre a pensare che “l’efficienza Paretiana”, che il “miglioramento Paretiano” e che i postuali propri, sia della prima che della seconda teoria dell’economia del benessere, pur essendo difficili da realizzare per intero, siano la strada maestra per abiurare le brutture di un sistema sempre più ripiegato su se stesso, ed incapace di costruire il futuro. Ma, pur nella diversità delle vedute, non riuscirò mai a non avere stima per il suo slancio ideale e per il suo impegno.

Sicuramente avrà vissuto anche lui profonde delusioni in un mondo che, mentre da un lato propugna i valori della solidarietà, dall’altro, li rinnega sistematicamente, e nel modo più bieco e indegno. Non posso fare molto per spingerlo a continuare nella sua quotidiana azione di denuncia e di riflessione. Quel poco che potrò continuare a fare, però, lo farò di cuore, nell’assoluta certezza di agire per il meglio. Sono trascorsi 10 anni da quando hai aperto il tuo blog, Riccardo: io direi che non è ancora venuto il tempo di consegnarsi alla storia…

Salvatore Castello – Right BLU – La Destra Liberale  http://destradipopolo.net/?p=34814

LA MINACCIA ANARCHICA IN ITALIA

La minaccia anarchica in Italia

Una presenza terroristica che fin dall’inizio degli anni 2000 continua  costantemente a interessare il nostro Paese è quella della Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI). Seguendo le indicazioni ideologiche e operative dell’ormai anziano leader anarchico Alfredo Maria Bonanno, in Italia nell’ultimo quindicennio si sono stabilmente organizzate su tutto il territorio nazionale – da Trento a Torino, da Genova a Milano, da Firenze a Lecce – cellule di anarchici aderenti alla FAI/FRI che hanno compiuto decine di attentati dinamitardi e un’azione di gambizzazione sul modello delle Brigate Rosse degli anni Settanta contro un manager di Ansaldo Nucleare, l’ingegner Roberto Adinolfi, colpito nel maggio del 2012 da due anarchici provenienti da Torino, poi arrestati e condannati a pesanti pene detentive.

Il movimento non si è dato un’organizzazione rigidamente clandestina e gerarchizzata sul modello delle formazioni attive durante gli anni di piombo, ma si basa sui “gruppi di affinità”, piccole cellule formate da pochi militanti che si attivano sulla base delle indicazioni che provengono dalla rete, dove alcuni siti “specializzati” indicano i settori da colpire nell’ambito di “campagne di lotta contro il sistema”, sviluppate spesso in stretto collegamento con formazioni anarchiche europee (in particolare spagnole, francesi e greche). Uno sguardo agli attentati più gravi compiuti dagli anarcho-insurrezionalisti nell’ultimo anno dà un’idea della portata della minaccia.

In Italia nell’ultimo quindicennio si sono stabilmente organizzate su tutto il territorio nazionale cellule di anarchici aderenti alla Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale

Nella notte tra il 10 e l’11 dicembre 2016 a Genova un  attentato incendiario ha distrutto una caserma dei carabinieri in costruzione a Rivarolo. Gli attentatori hanno sparso nel garage dell’edificio liquido infiammabile e dopo che questo è stato incendiato le fiamme si sono diffuse in tutto lo stabile. Sui muri esterni della caserma gli attentatori hanno lasciato la loro firma: una “A” cerchiata simbolo della Federazione Anarchica Informale.

Due settimane prima, nella notte tra il 26 e il 27 novembre a Bologna due taniche riempite di benzina e polvere pirica e dotate di un innesto a miccia, sono state fatte esplodere a ridosso della stazione dell’Arma dei carabinieri di via San Savino. L’ordigno non ha provocato feriti ma, secondo gli artificieri, era di una potenza letale.

A Firenze, all’alba del primo gennaio del 2017, un pacco bomba collocato sulla saracinesca della libreria Il Bargello di via Leonardo da Vinci è esploso mentre un artificiere della Polizia di Stato stava tentando di disinnescarlo. Il sovrintendente di Polizia Mario Vece – questo il nome dell’artificiere colpito dall’esplosione – è stato gravemente ferito alla mano sinistra e all’occhio destro. L’ordigno era contenuto in una busta della spesa di plastica infilata tra le maglie della saracinesca della libreria, nota nel capoluogo toscano per essere vicina alle posizioni del movimento di estrema destra Casa Pound, ed era collegato a un timer elettrico. Il pacco sospetto era stato segnalato alla questura da un’auto pattuglia della Digos fiorentina impegnata nei controlli sul territorio predisposti in funzione anti-terrorismo per la notte di Capodanno.

Le indagini si sono immediatamente orientate verso gli ambienti anarchici della città, e già nella giornata del primo dell’anno hanno portato alle perquisizioni delle abitazioni di numerosi noti esponenti dell’anarco-insurrezionalismo toscano. La matrice anarchica dell’attentato è ritenuta certa dagli inquirenti anche perché già tre volte, nel giro degli ultimi due anni, la libreria era stata oggetto di iniziative violente ad opera degli antagonisti fiorentini.

Il 23 gennaio 2015 Il Bargello ha subito l’assalto di un gruppo di anarchici che dopo aver lanciato contro le sue vetrine petardi e vernice avevano scritto sui suoi muri “Casa Pound assassini”. Circa un anno dopo, il 16 gennaio 2016, un gruppo di incappucciati che gridavano slogan anarchici ha assaltato la libreria con un nutrito lancio di mattoni. Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio successivo, una bomba carta veniva fatta esplodere al suo ingresso per “solidarietà”, come recitava una scritta lasciata sul posto, con i “compagni” che erano stati arrestati nei giorni precedenti per aver dato alle fiamme l’abitazione di un esponente di Casa Pound di Parma.

Sui muri esterni dello stabile gli attentatori hanno lasciato la loro firma classica: una “A” cerchiata simbolo della Federazione Anarchica Informale

Nei giorni successivi è comparso sui muri di Bologna un manifesto, intitolato “Carabinieri? Proprio loro” nel quale gli anarchici rivendicano implicitamente la responsabilità dell’attentato sostenendo tra l’altro che: “quando leggiamo di certi gesti sorridiamo e sappiamo da che parte stare: mai con i servi in divisa […] sempre con chi risponde e reagisce […]”. Per l’attentato di via San Savino il 10 dicembre alla stazione di Bologna i carabinieri hanno arrestato l’anarchico francese Cedric René Michel Tatoueix. I militari del ROS e del comando provinciale dell’Arma sono arrivati al francese dopo un’intensa attività investigativa negli ambienti dell’anarco-insurrezionalismo bolognese.

Dalle intercettazioni telefoniche è emerso che l’anarchico d’oltralpe sarebbe stato l’esperto artificiere che ha confezionato l’ordigno incendiario che ha colpito la caserma dell’Arma nell’ambito delle azioni di rappresaglia condotte in tutta Italia dai militanti della Federazione Anarchica Informale in risposta all’“Operazione Scripta Manent” attivata dalla Procura di Torino nel settembre dello scorso anno che aveva portato all’arresto di sette affiliati alla Federazione.

Il 12 maggio, gli anarchici italiani si sono fatti sentire anche a Roma, con una bomba fatta esplodere in un ufficio postale del quartiere Testaccio. Il motivo? Punire il gruppo Poste Italiane in quanto proprietario della compagnia aerea Mistral Air utilizzata dalle nostra autorità per i rimpatri dei clandestini espulsi dal Paese e quindi «complice», agli occhi degli anarchici delle «deportazioni dei migranti».

Le indagini dei Carabinieri del ROS hanno consentito, finora, di accertare l’esistenza di stabili collegamenti con altri nuclei anarchici, operanti anche all’estero, mantenuti vivi e vitali anche grazie a un abile uso del web, sul quale le discussioni di natura politica e strategica sono frequenti e approfondite. La documentazione prodotta dal ROS conferma il doppio binario operativo dei militanti anarchici. Da un lato, presenza costante in tutte le manifestazioni di lotta e di protesta – con partecipazione palese a tutte le iniziative del movimento antagonista – allo scopo di “forzarle” in senso ribellistico, senza tuttavia compromettersi troppo con azioni in grado di attirare l’attenzione delle forze di polizia. Dall’altro lato, proseguire nel lavoro clandestino di organizzazione di piccole cellule, di pochi compagni che si aggregano per studiare, pianificare ed eseguire attentati di alto valore simbolico, azioni dirette che tendano progressivamente a innalzare il livello di scontro con uno Stato ritenuto “da abbattere”.

Questo modus opernadi, connesso con gli episodi descritti (che seguono decine e decine di analoghe azioni compiute dalla FAI/FRI dall’inizio degli anni 2000), dimostrano nei fatti che se è vero e giusto che le nostre froze di sicurezza debbano continuare a mantenere alta la guardia nei confronti della potenziale minaccia islamista, è altrettanto vero che il nostro Paese resta costantemente esposto all’azione terroristica di gruppi “domestici” molto attivi come la FAI/FRI. Organizzazioni che hanno causato problemi ben più gravi e attuali di quelli teorici, almeno finora, legati alle trame del Califfato e del terrorismo internazionale. (Fonte: Oltrefrontiera News di  | 13/10/2017)

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